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Poesia italiana

S'i' fosse foco

Cecco Angiolieri · circa 1260–1312

S'i' fosse foco, arderei 'l mondo;
s'i' fosse vento, lo tempesterei;
s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i' fosse Dio, mandereil' en profondo;

s'i' fosse papa, sarei allor giocondo,
ché tutti i cristiani imbrigherei;
s'i' fosse 'mperator, sa' che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.

S'i' fosse morte, andarei da mio padre;
s'i' fosse vita, fuggirei da lui:
similemente farìa da mi' madre.

S'i' fosse Cecco, com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
e vecchie e laide lasserei altrui.

Tanto gentile e tanto onesta pare

Dante Alighieri · 1265–1321

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova:

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.

Erano i capei d'oro a l'aura sparsi

Francesco Petrarca · 1304–1374

Erano i capei d'oro a l'aura sparsi
che 'n mille dolci nodi gli avolgea,
e 'l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch'or ne son sì scarsi;

e 'l viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i' che l'esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di sùbito arsi?

Non era l'andar suo cosa mortale,
ma d'angelica forma; et le parole
sonavan altro che pur voce humana.

Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch'i' vidi: et se non fosse or tale,
piagha per allentar d'arco non sana.

Solo et pensoso

Francesco Petrarca · 1304–1374

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l'arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d'alegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avampi:

sì ch'io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch'è celata altrui.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch'Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.

Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono

Francesco Petrarca · 1304–1374

Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond'io nudriva 'l core
in sul mio primo giovenile errore
quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono,

del vario stile in ch'io piango et ragiono
fra le vane speranze e 'l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è 'l frutto,
e 'l pentersi, e 'l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

I pastori

Gabriele D'Annunzio · 1863–1938

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d'avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh'esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l'aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci romori.

Ah perché non son io co' miei pastori?

A se stesso

Giacomo Leopardi · 1798–1837

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T'acqueta omai. Dispera
l'ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l'infinita vanità del tutto.

Alla luna

Giacomo Leopardi · 1798–1837

O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l'anno, sovra questo colle
io venia pien d'angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l'etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l'affanno duri!

L'infinito

Giacomo Leopardi · 1798–1837

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Pianto antico

Giosuè Carducci · 1835–1907

L'albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da' bei vermigli fior,

nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l'inutil vita
estremo unico fior,

sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor.

San Martino

Giosuè Carducci · 1835–1907

La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor de i vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.

Il lampo

Giovanni Pascoli · 1855–1912

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d'un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s'aprì si chiuse, nella notte nera.

Il tuono

Giovanni Pascoli · 1855–1912

E nella notte nera come il nulla,
a un tratto, col fragor d'arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s'udì di madre, e il moto di una culla.

L'assiuolo

Giovanni Pascoli · 1855–1912

Dov'era la luna? ché il cielo
notava in un'alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù...

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com'eco d'un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù...

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d'argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s'aprono più?...);
e c'era quel pianto di morte...
chiù...

Lavandare

Giovanni Pascoli · 1855–1912

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l'aratro in mezzo alla maggese.

Novembre

Giovanni Pascoli · 1855–1912

Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l'estate,
fredda, dei morti.

Temporale

Giovanni Pascoli · 1855–1912

Un bubbolìo lontano...

Rosseggia l'orizzonte,
come affocato, a mare:
nero di pece, a monte,
stracciate nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un'ala di gabbiano.

X Agosto

Giovanni Pascoli · 1855–1912

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano invano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

Chi è questa che vèn

Guido Cavalcanti · circa 1255–1300

Chi è questa che vèn, ch'ogn'om la mira,
che fa tremar di chiaritate l'âre
e mena seco Amor, sì che parlare
null'omo pote, ma ciascun sospira?

O Deo, che sembra quando li occhi gira!
dical Amor, ch'i' nol savria contare:
cotanto d'umiltà donna mi pare,
ch'ogn'altra ver' di lei i' la chiam'ira.

Non si poria contar la sua piagenza,
ch'a le' s'inchin' ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.

Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose 'n noi tanta salute,
che propiamente n'aviàn canoscenza.

Trionfo di Bacco e Arianna

Lorenzo de' Medici · 1449–1492

Quant'è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza.

Quest'è Bacco e Arïanna,
belli, e l'un dell'altro ardenti:
perché 'l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza.

Non ha l'ottimo artista alcun concetto

Michelangelo Buonarroti · 1475–1564

Non ha l'ottimo artista alcun concetto
c'un marmo solo in sé non circonscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all'intelletto.

Il mal ch'io fuggo, e 'l ben ch'io mi prometto,
in te, donna leggiadra, altera e diva,
tal si nasconde; e perch'io più non viva,
contraria ho l'arte al disïato effetto.

Amor dunque non ha, né tua beltate
o durezza o fortuna o gran disdegno
del mio mal colpa, o mio destino o sorte;

se dentro del tuo cor morte e pietate
porti in un tempo, e che 'l mio basso ingegno
non sappia, ardendo, trarne altro che morte.

Desolazione del povero poeta sentimentale

Sergio Corazzini · 1886–1907

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

A Zacinto

Ugo Foscolo · 1778–1827

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Alla sera

Ugo Foscolo · 1778–1827

Forse perché della fatal quïete
tu sei l'imago a me sì cara vieni
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all'universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.

In morte del fratello Giovanni

Ugo Foscolo · 1778–1827

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentili anni caduto.

La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quïete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l'ossa mie rendete
allora al petto della madre mesta.

Poeti stranieri, con testo a fronte

Viandante, non c'è strada

Antonio Machado · 1875–1939

Viandante, sono le tue orme
la strada, e nulla più;
viandante, non c'è strada,
la strada si fa andando.
Andando si fa la strada,
e voltando lo sguardo indietro
si vede il sentiero che mai
si tornerà a calpestare.
Viandante, non c'è strada,
soltanto scie sul mare.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Spagnolo

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.
Al andar se hace el camino,
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante, no hay camino
sino estelas en la mar.

Il dormiente nella valle

Arthur Rimbaud · 1854–1891

È una gola di verzura dove canta un fiume
che appende follemente alle erbe stracci
d'argento; dove il sole, dalla montagna altera,
brilla: è una piccola valle che schiuma di raggi.

Un soldato giovane, bocca aperta, testa nuda,
e la nuca immersa nel fresco crescione azzurro,
dorme; è disteso nell'erba, sotto la nube,
pallido nel suo letto verde dove la luce piove.

I piedi tra i gladioli, dorme. Sorridendo come
sorriderebbe un bambino malato, fa un sonno.
Natura, cullalo tenendolo caldo: ha freddo.

I profumi non gli fanno tremare le narici;
dorme nel sole, la mano sul petto
tranquillo. Ha due fori rossi sul fianco destro.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Francese

C'est un trou de verdure où chante une rivière
Accrochant follement aux herbes des haillons
D'argent; où le soleil, de la montagne fière,
Luit: c'est un petit val qui mousse de rayons.

Un soldat jeune, bouche ouverte, tête nue,
Et la nuque baignant dans le frais cresson bleu,
Dort; il est étendu dans l'herbe, sous la nue,
Pâle dans son lit vert où la lumière pleut.

Les pieds dans les glaïeuls, il dort. Souriant comme
Sourirait un enfant malade, il fait un somme:
Nature, berce-le chaudement: il a froid.

Les parfums ne font pas frissonner sa narine;
Il dort dans le soleil, la main sur sa poitrine
Tranquille. Il a deux trous rouges au côté droit.

L'albatro

Charles Baudelaire · 1821–1867

Spesso, per divertirsi, gli uomini d'equipaggio
catturano degli albatri, vasti uccelli dei mari,
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
la nave che scivola sugli abissi amari.

Appena li hanno deposti sulle assi,
questi re dell'azzurro, maldestri e vergognosi,
lasciano pietosamente le grandi ali bianche
strascicare come remi ai loro fianchi.

Questo viaggiatore alato, com'è goffo e fiacco!
Lui, poco fa così bello, com'è comico e brutto!
Uno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro imita, zoppicando, lo storpio che volava!

Il Poeta somiglia al principe delle nubi
che frequenta la tempesta e ride dell'arciere;
esiliato sul suolo in mezzo agli schiamazzi,
le sue ali di gigante gli impediscono di camminare.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Francese

Souvent, pour s'amuser, les hommes d'équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l'azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d'eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu'il est comique et laid!
L'un agace son bec avec un brûle-gueule,
L'autre mime, en boitant, l'infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher.

Ricordami

Christina Rossetti · 1830–1894

Ricordami quando sarò andata via,
andata lontano nella terra silenziosa;
quando non potrai più tenermi per mano,
né io voltarmi a metà per andare e poi restare.
Ricordami quando non più, giorno dopo giorno,
mi racconterai del futuro che avevi progettato:
soltanto ricordami; lo capisci anche tu,
sarà tardi allora per consigli o preghiere.
Eppure, se dovessi dimenticarmi per un poco
e poi ricordare, non affliggerti:
perché se il buio e la corruzione lasciano
una traccia dei pensieri che ebbi un tempo,
è molto meglio che tu dimentichi e sorrida
piuttosto che tu ricordi e sia triste.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Inglese

Remember me when I am gone away,
Gone far away into the silent land;
When you can no more hold me by the hand,
Nor I half turn to go yet turning stay.
Remember me when no more day by day
You tell me of our future that you planned:
Only remember me; you understand
It will be late to counsel then or pray.
Yet if you should forget me for a while
And afterwards remember, do not grieve:
For if the darkness and corruption leave
A vestige of the thoughts that once I had,
Better by far you should forget and smile
Than that you should remember and be sad.

Io sono Nessuno! Tu chi sei?

Emily Dickinson · 1830–1886

Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Sei — Nessuno — anche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo! Lo strillerebbero in giro — lo sai!

Che tedio — essere — Qualcuno!
Che vita pubblica — come una Rana —
gracidare il proprio nome — per tutto giugno —
a un Pantano che ti ammira!

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Inglese

I'm Nobody! Who are you?
Are you — Nobody — too?
Then there's a pair of us!
Don't tell! they'd advertise — you know!

How dreary — to be — Somebody!
How public — like a Frog —
To tell one's name — the livelong June —
To an admiring Bog!

«Speranza» è la cosa piumata

Emily Dickinson · 1830–1886

«Speranza» è la cosa piumata —
che si posa nell'anima —
e canta la melodia senza parole —
e non smette — mai —

E più dolce — nella raffica — si sente —
e ben aspra dovrà essere la tempesta
capace di sgomentare l'uccellino
che ne ha scaldati tanti —

L'ho sentita nella terra più gelata —
e sul mare più estraneo —
eppure — mai — allo stremo,
mi ha chiesto una briciola — a me.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Inglese

"Hope" is the thing with feathers —
That perches in the soul —
And sings the tune without the words —
And never stops — at all —

And sweetest — in the Gale — is heard —
And sore must be the storm —
That could abash the little Bird
That kept so many warm —

I've heard it in the chillest land —
And on the strangest Sea —
Yet — never — in Extremity,
It asked a crumb — of me.

Autopsicografia

Fernando Pessoa · 1888–1935

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che sia dolore
il dolore che davvero sente.

E quelli che leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono per bene
non i due dolori che lui ha avuto,
ma solo quello che a loro manca.

E così sulle rotaie del suo giro
gira, per intrattenere la ragione,
quel trenino a molla
che si chiama cuore.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Portoghese

O poeta é um fingidor.
Finge tão completamente
Que chega a fingir que é dor
A dor que deveras sente.

E os que lêem o que escreve,
Na dor lida sentem bem,
Não as duas que ele teve,
Mas só a que eles não têm.

E assim nas calhas de roda
Gira, a entreter a razão,
Esse comboio de corda
Que se chama coração.

Metà della vita

Friedrich Hölderlin · 1770–1843

Con gialle pere pende
e piena di rose selvatiche
la terra dentro il lago,
voi cigni pieni di grazia,
e ubriachi di baci
immergete il capo
nell'acqua sacra e sobria.

Ahimè, dove prenderò, quando
sarà inverno, i fiori, e dove
il sole
e le ombre della terra?
I muri stanno
muti e freddi, nel vento
stridono le banderuole.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Tedesco

Mit gelben Birnen hänget
Und voll mit wilden Rosen
Das Land in den See,
Ihr holden Schwäne,
Und trunken von Küssen
Tunkt ihr das Haupt
Ins heilignüchterne Wasser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn
Es Winter ist, die Blumen, und wo
Den Sonnenschein,
Und Schatten der Erde?
Die Mauern stehn
Sprachlos und kalt, im Winde
Klirren die Fahnen.

Bellezza screziata

Gerard Manley Hopkins · 1844–1889

Gloria a Dio per le cose screziate —
per i cieli di due colori come una vacca pezzata;
per le macchie rosa punteggiate sulle trote che nuotano;
castagne cadute, brace viva; ali di fringuelli;
il paesaggio a riquadri e a pezze — recinto, maggese, aratura;
e tutti i mestieri, i loro arnesi, attrezzi, corredi.

Tutte le cose contrarie, originali, scarne, strane;
tutto ciò che è mutevole, lentigginoso (chi sa come?)
di rapido e lento, dolce e acido, abbagliante e spento;
le genera colui la cui bellezza non conosce mutamento:
lodatelo.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Inglese

Glory be to God for dappled things —
For skies of couple-colour as a brinded cow;
For rose-moles all in stipple upon trout that swim;
Fresh-firecoal chestnut-falls; finches' wings;
Landscape plotted and pieced — fold, fallow, and plough;
And áll trádes, their gear and tackle and trim.

All things counter, original, spare, strange;
Whatever is fickle, freckled (who knows how?)
With swift, slow; sweet, sour; adazzle, dim;
He fathers-forth whose beauty is past change:
Praise him.

Un abete sta solitario

Heinrich Heine · 1797–1856

Un abete sta solitario
al nord, su una nuda altura.
Ha sonno; d'una coltre bianca
lo avvolgono il ghiaccio e la neve.

Sogna di una palma
che, lontana in Oriente,
sola e silenziosa si affligge
su una parete di roccia rovente.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Tedesco

Ein Fichtenbaum steht einsam
Im Norden auf kahler Höh'.
Ihn schläfert; mit weißer Decke
Umhüllen ihn Eis und Schnee.

Er träumt von einer Palme,
Die, fern im Morgenland,
Einsam und schweigend trauert
Auf brennender Felsenwand.

Canto notturno del viandante

Johann Wolfgang von Goethe · 1749–1832

Su tutte le cime
è pace,
in tutte le chiome
avverti
appena un respiro;
tacciono gli uccellini nel bosco.
Aspetta soltanto: presto
riposerai anche tu.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Tedesco

Über allen Gipfeln
Ist Ruh,
In allen Wipfeln
Spürest du
Kaum einen Hauch;
Die Vögelein schweigen im Walde.
Warte nur, balde
Ruhest du auch.

Canzone d'autunno

Paul Verlaine · 1844–1896

I singhiozzi lunghi
dei violini
d'autunno
mi feriscono il cuore
d'un languore
monotono.

Soffocato tutto
e smorto, quando
suona l'ora,
mi sovvengo
dei giorni antichi
e piango;

e me ne vado
nel vento cattivo
che mi porta
di qua, di là,
simile alla
foglia morta.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Francese

Les sanglots longs
Des violons
De l'automne
Blessent mon cœur
D'une langueur
Monotone.

Tout suffocant
Et blême, quand
Sonne l'heure,
Je me souviens
Des jours anciens
Et je pleure;

Et je m'en vais
Au vent mauvais
Qui m'emporte
Deçà, delà,
Pareil à la
Feuille morte.

Ozymandias

Percy Bysshe Shelley · 1792–1822

Incontrai un viaggiatore venuto da una terra antica
che disse: due gambe di pietra, vaste e senza tronco,
stanno nel deserto. Vicino a loro, sulla sabbia,
mezzo affondato giace un volto in frantumi, la cui fronte aggrottata
e il labbro increspato e il ghigno di fredda autorità
dicono che il suo scultore lesse bene quelle passioni,
che ancora sopravvivono, impresse su queste cose senza vita,
alla mano che le imitò e al cuore che le nutrì.
E sul piedistallo compaiono queste parole:
«Il mio nome è Ozymandias, re dei re:
guardate le mie opere, o Potenti, e disperate!»
Nient'altro rimane. Attorno alla rovina
di quel relitto colossale, sconfinate e nude
le sabbie solitarie e piatte si stendono lontano.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Inglese

I met a traveller from an antique land
Who said: Two vast and trunkless legs of stone
Stand in the desert. Near them, on the sand,
Half sunk, a shattered visage lies, whose frown,
And wrinkled lip, and sneer of cold command,
Tell that its sculptor well those passions read
Which yet survive, stamped on these lifeless things,
The hand that mocked them, and the heart that fed:
And on the pedestal these words appear:
"My name is Ozymandias, king of kings:
Look on my works, ye Mighty, and despair!"
Nothing beside remains. Round the decay
Of that colossal wreck, boundless and bare
The lone and level sands stretch far away.

Giorno d'autunno

Rainer Maria Rilke · 1875–1926

Signore: è tempo. L'estate è stata grande.
Posa la tua ombra sulle meridiane,
e sui campi libera i venti.

Ordina agli ultimi frutti di farsi pieni;
concedi loro ancora due giorni più meridionali,
spingili al compimento e caccia
l'ultima dolcezza dentro il vino pesante.

Chi ora non ha casa, non se ne costruirà più.
Chi ora è solo, tale resterà a lungo,
veglierà, leggerà, scriverà lunghe lettere
e per i viali andrà avanti e indietro
inquieto, mentre le foglie si sollevano.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Tedesco

Herr: es ist Zeit. Der Sommer war sehr groß.
Leg deinen Schatten auf die Sonnenuhren,
und auf den Fluren laß die Winde los.

Befiehl den letzten Früchten voll zu sein;
gib ihnen noch zwei südlichere Tage,
dränge sie zur Vollendung hin und jage
die letzte Süße in den schweren Wein.

Wer jetzt kein Haus hat, baut sich keines mehr.
Wer jetzt allein ist, wird es lange bleiben,
wird wachen, lesen, lange Briefe schreiben
und wird in den Alleen hin und her
unruhig wandern, wenn die Blätter treiben.

Un ragno paziente e silenzioso

Walt Whitman · 1819–1892

Un ragno paziente e silenzioso,
notai dove su un piccolo promontorio se ne stava isolato,
notai come, per esplorare il vuoto vasto tutt'intorno,
lanciasse fuori filamento, filamento, filamento, da sé stesso,
srotolandoli sempre, sempre spingendoli avanti senza stancarsi.

E tu, o anima mia, là dove stai,
circondata, distaccata, in oceani smisurati di spazio,
senza sosta meditando, avventurandoti, gettando, cercando le sfere da congiungere,
finché il ponte che ti serve sia formato, finché la duttile àncora faccia presa,
finché il filo di ragnatela che lanci si afferri da qualche parte, o anima mia.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Inglese

A noiseless patient spider,
I mark'd where on a little promontory it stood isolated,
Mark'd how to explore the vacant vast surrounding,
It launch'd forth filament, filament, filament, out of itself,
Ever unreeling them, ever tirelessly speeding them.

And you O my soul where you stand,
Surrounded, detached, in measureless oceans of space,
Ceaselessly musing, venturing, throwing, seeking the spheres to connect them,
Till the bridge you will need be form'd, till the ductile anchor hold,
Till the gossamer thread you fling catch somewhere, O my soul.

La tigre

William Blake · 1757–1827

Tigre! Tigre! che ardi luminosa
nelle foreste della notte,
quale mano o occhio immortale
poté foggiare la tua terribile simmetria?

In quali abissi o cieli lontani
arse il fuoco dei tuoi occhi?
Su quali ali osò slanciarsi?
Quale mano osò afferrare quel fuoco?

E quale spalla, e quale arte
poté torcere i tendini del tuo cuore?
E quando il tuo cuore prese a battere,
quale mano tremenda? quali piedi tremendi?

Quale il martello? quale la catena?
in quale fornace stette il tuo cervello?
Quale l'incudine? quale stretta tremenda
osò serrarne i terrori mortali?

Quando le stelle gettarono le loro lance
e bagnarono il cielo con le loro lacrime,
sorrise egli vedendo l'opera sua?
Chi fece l'Agnello fece anche te?

Tigre! Tigre! che ardi luminosa
nelle foreste della notte,
quale mano o occhio immortale
osa foggiare la tua terribile simmetria?

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Inglese

Tyger Tyger, burning bright,
In the forests of the night;
What immortal hand or eye,
Could frame thy fearful symmetry?

In what distant deeps or skies.
Burnt the fire of thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand, dare seize the fire?

And what shoulder, & what art,
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat,
What dread hand? & what dread feet?

What the hammer? what the chain,
In what furnace was thy brain?
What the anvil? what dread grasp,
Dare its deadly terrors clasp!

When the stars threw down their spears
And water'd heaven with their tears:
Did he smile his work to see?
Did he who made the Lamb make thee?

Tyger Tyger burning bright,
In the forests of the night:
What immortal hand or eye,
Dare frame thy fearful symmetry?

Quando sarai vecchia

William Butler Yeats · 1865–1939

Quando sarai vecchia e grigia e piena di sonno,
e sonnecchierai accanto al fuoco, prendi questo libro,
e leggi lentamente, e sogna lo sguardo dolce
che i tuoi occhi ebbero un tempo, e le loro ombre profonde;

quanti amarono i tuoi momenti di lieta grazia,
e amarono la tua bellezza d'amore falso o vero,
ma un uomo solo amò in te l'anima pellegrina,
e amò i dolori del tuo volto che cambiava;

e chinandoti accanto alla grata ardente,
mormora, con un poco di tristezza, come Amore fuggì
e salì a passeggiare sulle montagne lassù
e nascose il viso in mezzo a una folla di stelle.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Inglese

When you are old and grey and full of sleep,
And nodding by the fire, take down this book,
And slowly read, and dream of the soft look
Your eyes had once, and of their shadows deep;

How many loved your moments of glad grace,
And loved your beauty with love false or true,
But one man loved the pilgrim soul in you,
And loved the sorrows of your changing face;

And bending down beside the glowing bars,
Murmur, a little sadly, how Love fled
And paced upon the mountains overhead
And hid his face amid a crowd of stars.

Vagavo solitario come una nuvola

William Wordsworth · 1770–1850

Vagavo solitario come una nuvola
che fluttua in alto su valli e colline,
quando d'un tratto vidi una folla,
una schiera di narcisi dorati;
accanto al lago, sotto gli alberi,
frementi e danzanti nella brezza.

Continui come le stelle che brillano
e ammiccano sulla via lattea,
si stendevano in una linea senza fine
lungo il margine di un'insenatura:
diecimila ne vidi in un solo sguardo,
che scuotevano il capo in vivace danza.

Danzavano le onde accanto a loro; ma essi
superavano in gioia le onde scintillanti:
un poeta non poteva che essere lieto
in una compagnia così gioconda:
guardavo — e guardavo — ma poco pensavo
quale ricchezza quello spettacolo mi avesse dato:

perché spesso, quando sto disteso sul mio divano
d'animo assente o pensieroso,
essi baluginano su quell'occhio interiore
che è la beatitudine della solitudine;
e allora il mio cuore si riempie di piacere,
e danza insieme ai narcisi.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Inglese

I wander'd lonely as a cloud
That floats on high o'er vales and hills,
When all at once I saw a crowd,
A host, of golden daffodils;
Beside the lake, beneath the trees,
Fluttering and dancing in the breeze.

Continuous as the stars that shine
And twinkle on the milky way,
They stretch'd in never-ending line
Along the margin of a bay:
Ten thousand saw I at a glance,
Tossing their heads in sprightly dance.

The waves beside them danced; but they
Out-did the sparkling waves in glee:
A poet could not but be gay,
In such a jocund company:
I gazed—and gazed—but little thought
What wealth the show to me had brought:

For oft, when on my couch I lie
In vacant or in pensive mood,
They flash upon that inward eye
Which is the bliss of solitude;
And then my heart with pleasure fills,
And dances with the daffodils.

Haiku e poesia giapponese

Il convolvolo

Fukuda Chiyo-ni · 1703–1775

Il convolvolo
mi ha preso il secchio del pozzo:
vado a chiedere acqua.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Giapponese

朝顔に釣瓶とられてもらひ水

asagao ni
tsurube torarete
morai mizu

Mondo di rugiada

Kobayashi Issa · 1763–1828

Mondo di rugiada:
è un mondo di rugiada,
eppure, eppure...

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Giapponese

露の世は露の世ながらさりながら

tsuyu no yo wa
tsuyu no yo nagara
sari nagara

Rana magra

Kobayashi Issa · 1763–1828

Rana magra,
non darti per vinta:
Issa è qui con te.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Giapponese

痩蛙まけるな一茶これにあり

yase-gaeru
makeru na Issa
kore ni ari

Erba d'estate

Matsuo Bashō · 1644–1694

Erba d'estate —
di tanti guerrieri
ciò che resta del sogno.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Giapponese

夏草や兵どもが夢の跡

natsukusa ya
tsuwamono-domo ga
yume no ato

Su un ramo secco

Matsuo Bashō · 1644–1694

Su un ramo secco
si è posato un corvo —
sera d'autunno.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Giapponese

枯枝に烏のとまりけり秋の暮

kare-eda ni
karasu no tomarikeri
aki no kure

Vecchio stagno

Matsuo Bashō · 1644–1694

Vecchio stagno —
una rana ci si tuffa:
suono dell'acqua.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Giapponese

古池や蛙飛びこむ水の音

furu ike ya
kawazu tobikomu
mizu no oto

Campo di colza

Yosa Buson · 1716–1783

Campo di colza —
la luna a oriente,
il sole a occidente.

Traduzione italiana originale, in pubblico dominio (CC0).

Testo originale · Giapponese

菜の花や月は東に日は西に

nanohana ya
tsuki wa higashi ni
hi wa nishi ni